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DUE ALLEGRI VAGABONDI

Due Allegri Vagabondi

con Marco Artusi e Gianluigi Meggiorin

In giro non si vede nessuno.

Non ci sono più le auto, le vetrine, i ristoranti, ma nemmeno gli orti, le fabbriche e le Chiese.

I soldi sono foglietti di carta e il vento li solleva sul palcoscenico come foglie secche di un boulevard parigino.

La radio non urla brutte notizie ma solo belle canzoni.

Oggi possiamo solo aspettare, davanti alla casa, un lavoro, un amico, una bella notizia. Ma la casa non c’e!… e se la costruiamo in scena assomiglia alla casa scombussolata di Buster Keaton.

In questa Europa smarrita a volte arriva la tristezza e allora si balla con la stessa leggerezza dei balletti di Stanlio e Olio. Una fumatina di sigaro e viene voglia di vendere o comprare, vendere e comprare, follemente, istericamente come i brokers di Londra fino ad ubriacarsi.

Addormentarsi su un cuscino di dolci ricordi in compagnia di Fidel, un cagnolino di gomma, e Rosa Luxemburg, una papera di peluche e sognare telefonini che squillano per inutili offerte commerciali.

Svegliarsi pieni di fame e trovare sempre aperta la cucina dei sogni: rifugio dei palati più delicati dell’alta società belga e francese dove il piatto forte è lo scarpone bollito di Charlot.

Le parole in questa piece ormai non ingannano più nessuno: teorie economiche e slogan politici sono solo musica, pretesto per ricordare e ridere…. La stupidità dei Due Allegri Vagabondi è una forma di filosofia del vivere (la leggerezza ci salverà!), innocenza del clown che ammira stupito e affamato il Big Crash, la Grande Crisi. Quella di Charlot e di Stanlio e Olio nell’America del ’29 come quella dell’Europa dei nostri giorni.

Gli anni ’20 e il cinema muto di allora sono stati il punto d’origine di questo progetto: uno spunto e un’omaggio. Stanlio e Ollio in primis, ma via via è venuto naturale estenderlo a tutti coloro i quali nella nostra infanzia ci hanno fatto ridere senza ritegno. Ecco allora che gli omaggi a Chaplin, i fratelli Marx, Buster Keaton… si susseguono in scena mentre si svolgono le tematiche attorno a cui ruotano i diversi numeri di questi stravaganti viaggiatori.

Nel tempo di una giornata, questi due improbabili personaggi – Theo e Phil – che cercano di trovare le vie per arrivare fino a sera, attraversano le tematiche della nostra attualità che rischiano di essere così simili a
quelle vissute proprio negli anni venti.

Bisogna quindi fare i conti principalmente con la crisi, non una crisi qualunque però, ma la Grande Crisi: la fame, la miseria, perfino l’assenza di altre forme di vita, la noia, gli espedienti, le necessità per far trascorrere il tempo compongono la giornata tipo di questi due personaggi.

Ma è il gioco a farla da padrone. Invece che disperarsi i nostri due trasformano ogni singolo problema in qualcosa che valga la pena di essere rivissuto: c’è sempre la possibilità di scherzare su tutto (e fuggire da tutto)… Ne consegue che prerogativa irrinunciabile alla leggerezza con cui si muovono i protagonisti
dello spettacolo è la visione poetica che i due danno del mondo e che definisce Theo&Phil come due nuovi clown antichi



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